Depressione post parto

Depressione post parto

GRAVIDANZA
Depressione post parto

La depressione postnatale (PPD) è una condizione clinica che colpisce una porzione non trascurabile di popolazione femminile dopo il parto. Tende a prendere forma nei giorni successivi alla nascita, e come un’ombra cupa si allunga sul puerperio, sviluppandosi nei primi mesi successivi all’arrivo della nuova vita in modo più o meno pervasivo.

Le cause precise della depressione post partum non sono state ancora ben comprese ma esistono diverse teorie.

Tra i fattori riconosciuti che possono contribuire alla depressione post partum ci sono gli squilibri ormonali, le modifiche dello stile di vita, le preoccupazioni finanziarie, la mancanza di sostegno emotivo e la stanchezza. Dunque si tratterebbe di una combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali. Le variazioni ormonali, anche correlate alle modifiche nel sonno, la nuova identità con il suo corredo di pensieri, e la nuclearizzazione della porzione sociale della vita, salvo casi molto rari e fortunati, i quali nondimeno non sono dispensati dal vivere con uguale potenza i sintomi del baby blues.

In genere la DPP si manifesta come una combinazione di stanchezza, ansia, tristezza persistente, sentimenti di vuoto, irritabilità, senso di colpa o inadeguatezza come genitore e mancanza di interesse in senso generale, specie nel quotidiano.

Le stime sulla prevalenza di tale condizione clinica variano in modo significativo in letteratura, e la percentuale di donne che ne avrebbe sofferto o soffrirebbe dipende da diversi fattori, tra cui ovviamente la definizione specifica della condizione (La definizione deve circoscrivere l’immediato post-parto? E in che misura riguarda l’insorgenza alla nascita di un secondo figlio? Devono essere esclusi coloro che incontrano il crollo fisico e mentale in capo a 12 mesi o due anni estremamente faticosi, quando improvvisamente realizzano che la vita è radicalmente cambiata?). E ovviamente dipende anche dalla la metodologia di ricerca utilizzata e dalla popolazione studiata (tanto per cominciare: solo le donne, oppure finalmente potremmo voler considerare anche i padri, che non sono a rischio per quel che riguarda le variazioni degli ormoni della gravidanza, ma i quali pure soffrono gli stessi sintomi, in ragione del fatto che sostanzialmente condividono tutto il resto dello spettro delle cause?).

Ragionando per assurdo, formuliamo una ipotesi.  Si stima che la depressione post parto colpisca circa 15% delle donne, ma è cosa nota che molte donne non cercano assistenza né riferiscono ad anima viva la loro condizione, quindi le stime effettive rischiano di essere ben più alte. Agli uomini nessuno nemmeno pone la domanda, benché nell’esperienza quotidiana si riscontri una diffusa, trasversale e comune sofferenza. Le cause possono essere diverse o identiche, e includere fattori biologici, cambiamenti ormonali, stress, mancanza di sonno, preoccupazioni finanziarie, inevitabili modifiche alle quali è andato incontro il rapporto di coppia, adattamento alla nuova responsabilità genitoriale, non ultime le aspettative culturali relative all’essere un “padre perfetto”. O quantomeno decente; perché la mamma si sa chi è, ma il papà, oggi che tutto è cambiato, chi è?

Volendo attribuire pari probabilità a uomini e donne di andare incontro al baby blues, e sabendo che il 15% è una stima per ampio difetto, facciamo presto a sospettare che quasi il 50% della popolazione conosca l’argomento di cui stiamo trattando; una vecchissima storiella concludeva: facile che se non sei tu, è tua moglie.

Fatto sta, amare ironie a parte, che la popolazione interessata dall’aver intrapreso un percorso di genitorialità vive una pressione che probabilmente non ha precedenti. Il lavoro, i ritmi frenetici imposti da una connettività impareggiata, la sana alimentazione, il regime routinario fatto di orari, e per chi ha altri figli l’esigenza di soddisfare il bisogno di scolarizzazione ma anche di aria aperta, pratica sportiva, igiene, socialità del bambino. Si finirà col rivolgersi ai maghi per trasformino la giornata in un ciclo di 40 ore, altrimenti qualcosa resta indietro.

 Per contro, è inevitabile incappare in consigli ragionevoli e amorevoli quanto teorici e impraticabili: prenditi cura di te stessa, fai del benessere personale una priorità; cerca di ottenere il giusto riposo; mangia in modo sano, fai esercizio fisico; concediti momenti di relax.

Un’ambivalenza corrosiva: curarsi del neonato, farsi assorbire dalla nuova vita e dalla sua gestione complessissima o voltare le spalle di tanto in tanto, sempre sperando di non perdere il treno, o peggio che mai il lavoro?

Una buona notizia c’è: la consapevolezza e la comprensione della depressione post parto stanno aumentando, il che potrebbe influenzare la segnalazione e la diagnosi. E forse anche favorire il crescere di una rete sociale che raggiunga lo scopo di ridurre il senso di isolamento – pratico, fisico ed emotivo. È importante ribadire che la depressione post parto non è una manifestazione di scarso nerbo personale né corrisponde a una mancanza di amore per il bambino. È una condizione medica. L’arrivo di un figlio è un evento sconvolgente, e la gioia non è l’unica emozione lecita. Non scegliete il silenzio. Non fatelo.

Il primo passo riguarda la consapevolezza: il trattamento tempestivo può fare una differenza significativa nel processo di guarigione. Cercate il supporto di un professionista della salute mentale, parlate apertamente con il partner e con la vostra famiglia, partecipate a gruppi di supporto per genitori per ridurre la sensazione di isolamento e trovare connessione e sostegno emotivo.

L’arrivo di un figlio è un evento sconvolgente, e la gioia non è l’unica emozione lecita. Non scegliete il silenzio. Non fatelo.