Parental burnout

Parental burnout

PREVENZIONE
Parental burnout

“Non ne posso più. Litigano e piangono all’infinito: “Mamma, mamma, mamma ho fame, mamma ho sete, mamma devo andare in bagno, devo fare questo, devo fare quello”. Sono solo piccoli e hanno tutto il diritto di chiedere… ma non sopporto più di sentire la parola “mamma”. La prima volta che il bambino dice “mamma” è il giorno più felice della vita. A questo punto, non è più una parola che a me fa piacere sentire. “Mamma” è diventata una parola di tortura per le mie orecchie”.

Fino a pochi anni fa la sindrome di burnout era considerata una patologia di origine prettamente lavorativa, ma oggi non è più così. È stato recentemente confermato: la sovraesposizione prolungata a uno stress lavorativo eccessivo può portare al burnout lavorativo; e la sovraesposizione allo stress genitoriale può portare al burnout genitoriale.

Il parental burnout (BP) è una condizione caratterizzata da un intenso esaurimento fisico, un allontanamento emotivo dai propri figli, una perdita di appagamento in relazione al proprio ruolo e un profondo contrasto con il proprio sé precedente. Il parental burnout ha ricevuto una crescente attenzione negli ultimi anni, complice la crisi mondiale generata dalla pandemia da COVID-19 e il conseguente confinamento dei genitori con i loro figli. Ha acceso i riflettori sulla sofferenza delle figure di accudimento. Le madri in particolare si confrontano con molteplici fattori di stress cronico che presentano forti parallelismi con quelli osservati nel burnout professionale: eccessivo carico di lavoro, casi imprevisti, scarsa o inesistente possibilità di controllo sugli eventi, mancanza di riconoscimento per i risultati ottenuti, mancanza di sostegno e attribuzioni negative riguardo al proprio comportamento.

Emerge, da questa analisi concettuale di respiro ampio, un aspetto interessante: l’ondata di esaurimento relativo al lavoro ha colpito gli Stati Uniti negli anni ‘70; l’ondata di esaurimento genitoriale ha colpito l’Europa negli anni 2000. In effetti, i cambiamenti socioculturali che si sono verificati nel dominio genitoriale negli anni ‘90 in Europa sembrano rispecchiare i cambiamenti relativi all’ambito lavorativo caratteristici degli anni Settanta negli Stati Uniti – ad esempio il calo nel numero degli scioperi, o la feroce opposizione delle imprese ai sindacati, in concomitanza con l’inizio del periodo di consenso neoliberista di Reagan e Thatcher.

Uno studio del 2017 ha individuato cinque classi di fattori che hanno favorito l’ondata di esaurimento delle figure di riferimento: tutti sono entrati in gioco nell’ambito della genitorialità nel decennio che ha preceduto l’emergere del termine “parental burnout”. In primo luogo, la definizione di una nuova “genitorialità positiva”, che consiste in una genitorialità non violenta, calorosa, solidale e sensibile che valorizza i bambini come persone a pieno titolo (come decretato dal Consiglio d’Europa nel 2007). Questa visione di genitorialità mitizzata conduce a un idealismo frustrante per il genitore, che non si sente sufficientemente competente nel proprio ruolo. Norme eccessive e pressioni indebite, minano le capacità e la fiducia in sé stesse di alcune madri.

In secondo luogo, e in modo correlato, l’aumento dell’attenzione pubblica nei confronti della genitorialità: mentre quest’ultima era precedentemente svolta istintivamente secondo le indicazioni fornite dal buon senso, essa è diventata sempre più oggetto di legislazione. Per esempio in Francia è stata recentemente approvata la “legislazione sulla sculacciata”, una specifica previsione normativa che vieta di infliggere ai figli punizioni corporali, ancorché con finalità educative (DuRivage et al., 2015). Anche in Italia, il nostro Codice penale, all’art. 571 c.p., prevede espressamente il reato di “Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina”. Queste normative si pongono in difesa del bambino; ma è anche vero che i genitori di oggi si ritrovano a essere sempre meno tutelati, e hanno tra le mani meno risorse e strumenti per crescere i propri figli – osteggiati, peraltro, da una società in costante cambiamento e che va a una velocità triplicata. Il terzo fattore riguarda l’indebolimento dell’autorità dei genitori, che ha portato ad un minor rispetto da parte dei bambini nei confronti dei propri adulti di riferimento. Lo stile educativo è definito come quell’insieme di atteggiamenti che, considerati globalmente, creano il clima emotivo nel quale i genitori attuano i propri comportamenti volti ad ottenere determinati risultati educativi. Ma lo stile educativo autorevole (basato su un equo equilibrio tra indipendenza, autonomia e rispetto delle regole) sembra passato di moda, perché gode di maggiore popolarità l’idea di una genitorialità permissiva e basata sul rinforzo positivo. In quarto luogo, le aspettative (non necessariamente i bisogni!) dei bambini sono aumentati drasticamente, e necessitano oggi di crescente attenzione in termini di tempo, istruzione e opportunità.

Nel corso di qualche decennio, i modelli educativi e il rapporto tra genitori e figli sono profondamente cambiati. In passato i genitori erano forse meno attenti; oggi sono forse più empatici. Ma l’empatia, per definizione, avvicina all’emozione dell’altro colmando un gap di distanza che era a suo modo funzionale, e il corollario è che inevitabilmente allontana gli adulti da sé stessi. L’ultimo fattore riguarda il costante aumento del lavoro femminile (+75% tra il 1980 e il 2020; Eurostat, 2021). Banalmente, significa che stiamo tentanto di raggiungere modelli di genitorialità migliori o ideali pur avendo meno tempo a disposizione. In sintesi, la maggiore pressione sui genitori, unita alla mancanza di tempo, e al minor rispetto e/o apprezzamento da parte dei bambini, ha reso la genitorialità sempre più impegnativa. Quindi non è un caso che il parental burnout sia emerso proprio in Europa negli anni 2000.

Uno studio dell’International Investigation of Parental Burnout Consortium ha rilevato che anche le norme culturali di un paese possono svolgere un ruolo significativo nella comparsa del burnout. I genitori provenienti da paesi più individualisti (tipicamente quelli occidentali), hanno tassi più elevati di burnout genitoriale rispetto agli orientali. Le culture individualiste tendono a valorizzare la competizione, le prestazioni e il perfezionismo – tutti fattori che aumentano lo stress, riducono le risorse e scoraggiano i genitori dal chiedere supporto. Per contro le culture orientali danno la priorità al concetto di obbedienza e al valore del rispetto per gli anziani e per gli adulti di riferimento. Sicché, nelle culture occidentali, che comunemente, affermano valori di indipendenza, i bambini sono meno inclini alla pro-socialità e al seguire le regole.

In un mondo in cui il successo è definito a livello individuale (rispetto al gruppo) e in cui i legami sociali si vanno allentando, le mamme e i papà sono costretti a esercitare le proprie responsabilità genitoriali in modo sempre più solitario. E questo sarebbe – paradossalmente – più vero per le coppie stabili. Un risultato interessante degli studi, infatti, mostra che le madri single sperimentano minori livelli di burnout, e in particolare minor esaurimento emotivo, rispetto a coloro che vivono con un partner. Una possibile spiegazione è che, proprio in quanto single, la mamma riceva maggior aiuto da parte di parenti e amici, e che non debba occuparsi di altri aspetti dolorosi – come la sofferenza del partner o l’insoddisfazione della vita coniugale – che rappresentano invece un grosso fattore di rischio, per via della distanza inevitabile dovuta ai ritmi di vita.

I risultati delle ricerche condotte suggeriscono che il burnout genitoriale abbia delle conseguenze molto simili a quelle del burnout lavorativo (fuga e idee suicidarie, forme di dipendenza, disturbi del sonno e la messa in atto di comportamenti violenti e trascuranti nei confronti dei figli e del proprio partner). Fatta salva una differenza cruciale tra il ruolo professionale e quello di genitore: il dipendente in burnout o in procinto di esserlo può dare le dimissioni, prendersi un periodo di aspettativa oppure lasciare la propria azienda o addirittura la propria professione. Tutto questo non è possibile per i genitori: non ci si può dimettere dal proprio ruolo genitoriale e non si può essere messi in malattia dai propri figli.

Se pensate che questo argomento vi riguardi, non esitate a cercare aiuto. Fatelo al più presto. Come i numeri dimostrano, non siete soli. L’antico proverbio africano secondo il quale Per crescere un bambino ci vuole un villaggio risuona ancora.