Morte in utero (decesso fetale)

Morte in utero (decesso fetale)

GRAVIDANZA
Morte in utero (decesso fetale)

Si definisce morte in utero la morte di un feto dopo la ventesima settimana di gravidanza. L’evento può essere causato da diversi fattori, relativi alla donna, alla placenta o al feto.

Se il feto morto non viene espulso, occorrerà assumere dei farmaci capaci di stimolare l’utero a espellere il suo contenuto; oppure esso verrà rimosso chirurgicamente mediante dilatazione ed evacuazione.

Le morti in utero devono essere considerate esattamente come le morti neonatali e le morti materne. Un simile evento impatta profondamente il singolo e la famiglia, e non di rado ha un serio impatto a lungo termine dal punto di vista psicologico, sociale e finanziario. Il 30% delle donne colpite da morte in utero si ammala di depressione; molti sintomi di ansia e depressione rimangono stabili anche durante la gravidanza successiva, e non di rado tendono a perdurare anche dopo la nascita di un bambino sano.

Un adeguato supporto all’elaborazione del lutto è un dovere per tutta la comunità. La pubblicazione scientifica internazionale The Lancet ha ripetutamente sollecitato e sensibilizzato i sistemi sanitari rispetto al contenere gli effetti della morte intrauterina tramite cure e supporto sociale, fornire aiuto psicologico, e consentire alle donne di vedere e tenere in braccio i loro bambini, favorire la creazione di ricordi. Tali pratiche si sono dimostrate utili. Tutti coloro che lavorano nella sanità e che si occupano di nascita dovrebbero essere formati a fornire un supporto rispettoso al lutto dopo la morte in utero. La morte in utero è spesso un “lutto fantasma”: questo è il termine utilizzato dai genitori per sottolineare quanto il lutto perinatale sia ancora un tabù, ignorato o scarsamente riconosciuto dagli operatori e dai professionisti della salute; come d’altronde pure dagli altri membri della famiglia e dall’intera società. Il lutto genitoriale è comunemente negato, o in ogni caso poco compreso e affrontato, come se mancasse di legittimità per via di un primo vagito mancante.

Inoltre, le donne che hanno partorito bambini nati morti si sentono spesso sole e scarsamente tenute in considerazione.

Alcune cause che possono condurre alla morte intrauterina riguardano la gestante:

  • Preeclampsia o eclampsia
  • Lesioni
  • Disturbi della coagulazione (sindrome da anticorpi antifosfolipidi)
  • Diabete poco controllato
  • Disturbi della tiroide
  • Obesità grave (indice di massa corporea [IMC] pari o superiore a 40)
  • Uso di sostanze (cocaina, alcol)

Altre cause di morte del feto possono derivare da alcune condizioni relative alla placenta. Tra questi:

  • Distacco di placenta
  • Ingresso del sangue fetale nel torrente ematico della madre
  • Prolasso del cordone ombelicale (il cordone fuoriesce dalla vagina prima del feto)
  • Problemi del cordone ombelicale (come prolasso o nodo del cordone ombelicale)
  • Vasi previ (le membrane che contengono i vasi sanguigni che collegano il cordone ombelicale alla placenta attraversano l’apertura della cervice o sono in sua prossimità)
  • Condizioni che riducono il flusso sanguigno (e quindi l’ossigeno e le sostanze nutritive) al feto
  • Infezione delle membrane che circondano il feto (infezione intra-amniotica)

A volte la morte fetale può essere attribuita a una condizione del feto stesso:

  • Un’ anomalia cromosomica o genetica
  • Anemia
  • Un difetto congenito
  • Gravidanza multipla
  • Un’infezione

Diagnosi della morte in utero – Valutazione medica

I medici possono sospettare la morte fetale se non si avvertono più i movimenti, sebbene, man mano che il feto cresce, lo spazio si riduca e i movimenti diminuiscano. Alcuni esami medici contribuiranno a una valutazione certa. Tali esami prevedono quanto segue:

  • Non stress test: monitoraggio della frequenza cardiaca del feto, sia quando è immobile che quando si muove.
  • Profilo biofisico: si utilizza l’ecografia per ottenere immagini del feto in tempo reale e osservarlo. Questo esame consente di valutare la quantità di liquido amniotico e di controllare i periodi di respirazione ritmica, il movimento e il tono muscolare del feto.

Per tentare di identificare la causa dell’infausto evento si ricorre a test genetici e a esami del sangue (esami per individuare eventuali infezioni, diabete, disturbi della tiroide e sindrome da anticorpi antifosfolipidi). I medici raccomandano inoltre di valutare il feto, nella ricerca di possibili cause – quali infezioni e anomalie cromosomiche. È utile esaminare anche placenta e utero. Non sempre, tuttavia, è possibile stabilire la causa con un ragionevole livello di certezza.

Trattamento della morte in utero

  1. Esistono farmaci in grado di facilitare l’espulsione il feto
  2. Se necessario, la donna verrà sottoposta a procedure atte a rimuovere eventuali tessuti rimanenti nell’utero.

Se il feto morto non viene espulso, alla donna può essere somministrata una prostaglandina allo scopo di provocare la dilatazione della cervice; e in un secondo momento ossitocina, un farmaco che stimola il travaglio, a seconda di quanto avanzato è lo stato di gravidanza.

Se parti dei tessuti del feto o della placenta rimangono nell’utero, si procederà al raschiamento aspirativo. (Mediante uno speculum si allargano le pareti della vagina, e poi viene dilatata la cervice. È possibile quindi inserire nell’utero una sonda flessibile allo scopo di rimuovere il feto e la placenta. Il tubo è collegato a una siringa manuale o a un dispositivo di aspirazione elettrico, che consente di aspirare eventuale tessuto rimanente.)

 

La cura fisica delle donne che hanno subito una morte in utero è identica a quella fornita di norma dopo il parto (cure post-parto). Tuttavia, è necessario supporto emotivo e sociale supplementare.

Se sviluppa coagulazione intravascolare disseminata, la donna viene sottoposta a trasfusioni di sangue, secondo necessità.

I cambiamenti e le emozioni che travolgono le donne dopo il parto di un feto morto sono simili a quelli provocati da un aborto spontaneo. Nell’affrontare il sentimento di perdita l’invito è di procurarsi sostegno emotivo e non escludere una consulenza specialistica.

Aborto settico

L’aborto settico è una grave infezione dell’utero che può verificarsi prima, durante o subito dopo un aborto indotto o spontaneo. Si tratta di una grave emergenza medica legata all’infezione di tessuti all’interno dell’utero.

Il contenuto dell’utero deve essere asportato il prima possibile (chirurgicamente, attraverso la vagina) e l’infezione deve essere trattata con antibiotici per via endovenosa. Apposite emocolture consentono di identificare il microrganismo responsabile dell’infezione, e per conseguenza d’individuare gli antibiotici appropriati. Di solito, il contenuto dell’utero viene asportato chirurgicamente attraverso la vagina (la cosiddetta evacuazione chirurgica, mediante dilatazione ed evacuazione.

Gli aborti settici di solito si sviluppano quando operatori non addestrati utilizzano tecniche inadatte e strumenti non sterili per rimuovere il contenuto dell’utero in seguito a un aborto indotto o spontaneo; tali operazioni inadeguate causano brividi, febbre, secrezioni o sanguinamento vaginale e una frequenza cardiaca accelerata. Le donne che subiscono un aborto settico possono sviluppare delirio e la pressione arteriosa può abbassarsi pericolosamente, con conseguente shock settico.